la Varana

l'antro periglioso in cui le menti acute possono trovar pane per i loro neuroni. Ma anche no.

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mercoledì, 23 aprile 2008

La solita sbobba per cervellotici

Hai ragione sai? Perdo colpi.

Lentamente, impercettibilmente, ogni giorno un frammento di lucidità mi lascia per sempre, aprendo un vuoto non più grande del foro di una spilla, ma sensibilmente più profondo.

È come se il mio intelletto piano piano si sgretolasse e i miei neuroni si tramutassero in granelli di polvere che si disperdono nell’aria, finendo poi miseramente catturati dal panno Swiffer dell’oblio.

Ho ancora meravigliose intuizioni certo, guizzi di brillante presenza e capacità che a volte sorprendono anche me: nell’arco di tempo variabile che precede il sonno riesco perfino a far quadrare tutti i cerchi e a raggiungere una consapevolezza che rasenta la serenità.
Ma sono attimi, soltanto pillole sedative in una tempesta rabbiosa di dubbi ed incertezze.

Qualche volta il circolo diventa veramente vizioso, il vortice di domande senza risposta - o con risposte del tutto superflue - prende il sopravvento e mi sfinisce:
dov’ero? Cosa ho fatto? Cosa non ho detto? Avrei potuto fare di più?
O avrei dovuto, soprattutto, fare meno?

Poi, così senza motivo, ogni tanto mi ricordo che mi sarebbe piaciuto essere una cantante ed esibirmi davanti a migliaia di persone per riceverne l’adorazione come un elisir di lunga vita.
Oppure fare la ballerina. Anche, a volte,
l’imperatore o il papa in effetti.

Mi ha sempre incuriosito sapere cosa si prova davanti ad un pubblico che è lì per te, quali emozioni bisogna gestire e cosa ti viene a mancare quando sembra che hai tutto. Perché poi ognuno ha le sue rogne, per quanto immune possa sembrare.
Ed è forse proprio questo assioma che mi disturba di più, questa ineludibilità della sofferenza a dispetto della propria posizione, dei propri vantaggi e fortune, questa drammatica certezza che, volenti o nolenti, si finirà tutti six feet under.
E non sono pienamente convinta che il modo in cui avremo vissuto farà veramente la differenza.

Ma in fondo a te non importa delle mie tribolazioni mentali, tu che ne sei sempre stato morbosamente attratto e altrettanto disgustato, tu che ti copri di bolle non appena il terzo neurone si intromette nella conversazione alzandone il tono. In realtà, quasi per punizione, credo di aver identificato in te l’icona umana cui far presente il mio stato d’animo attuale.

Rassegnata, braccata dai pensieri circolari, drammaticamente consapevole e in balia della distanza incolmabile tra idea e azione, mi muovo con lentezza sperando di riuscire a faticare il meno possibile.
Non riesco a riepilogare correttamente tutto quello che la mia corteccia cerebrale secerne durante la giornata, non posso dire quello che vorrei e mi trovo costretta a costruire delle conversazioni impeccabili cui non manca niente tranne l’anima, constatando che purtroppo spesso il dettaglio non viene notato.

Ora, qui, ti faccio depositario di questa inutile verità: sono stanca di me e non ho trovato ancora un incentivo per rottamarmi e passare al modello successivo.
L’insoddisfazione mi divorerà, rendendomi sempre più impermeabile agli accadimenti umani e celesti, fino a che nessuno ci farà più caso e non si ricorderà nemmeno di che colore era il mondo prima.

 

postato da: Varana alle ore 18:06 | link | commenti (6)
categorie: pensieri, cervello, personalitĂ