Reperto datato 25 ottobre 1999
Era un pomeriggio d'ottobre, un sole curioso e l'aria frizzante accompagnavano la consueta passeggiata domenicale: camminavano distrattamente parlando delle solite cose. Nanni era fatto così: prima e dopo aver fatto l'amore (e per fortuna non durante) gli piaceva discutere di politica, lei aveva ormai imparato a conoscerlo e l'amava anche per questo, e d'altra parte proprio lei e Marx, il cane di Nanni, erano gli unici due esseri viventi che ancora lo capivano e si impegnavano ad ascoltarlo.
Lentamente si dirigevano verso un bar per gustarsi un caffè quando, guardando Nanni, lei si accorse che il suo viso, corrucciato fino ad un momento prima dal comizio solitario, si distendeva in un sorriso incredulo. Individuò dove puntava lo sguardo e ci diresse anche il suo: ad uno dei tavolini del bar c'erano sedute quattro persone, o meglio, quattro personaggi che li fissavano con aria soddisfatta. Lei si lasciò scappare un "non è possibile!", ma la sua voce non trovò l'orecchio che cercava, Nanni era già corso incontro a quel bizzarro quartetto: Five, Rett, Pcman e 2 ore e 1/2 erano lì seduti, tranquilli e avevano già preparato la sedia per il loro amico. La memoria di lei tornò a quel periodo felice, sbiadito dal tempo, a quei mesi di scherzi, classifiche e racconti, alle sue sedute psicanalitiche dal Dottor Grippo e ai suoi incontri in ascensore con Nanni.
Guardando quel miracolo che li vedeva riuniti si sentì di troppo e, dopo essersi consultata con Marx, decise di lasciarli soli tanto prima o poi lui sarebbe tornato…
Erano passati otto giorni e lei cominciava ad innervosirsi. Nanni non si era fatto neanche sentire. Combattuta tra preoccupazione e orgoglio, aveva ceduto al secondo e si era impedita di cercarlo, in compenso aveva metodicamente distrutto tutto ciò che gli era più caro: la collezione di Nathan Never (prima tagliuzzata e poi bruciata), le fotografie (stessa sorte di Nathan), le lettere, i vestiti (donati alle suore, tanto per farlo incazzare), ma tutto ciò non le aveva dato sufficiente soddisfazione. Era ora di cedere alla preoccupazione e andarlo a cercare.
Mentre sceglieva l'arma migliore con cui aggredirlo in caso di ritrovamento in buona salute, sentì la porta che si apriva: l'infame era a casa. Lei si sedette sul divano e cominciò a guardarlo in silenzio. Lui sembrava appena uscito da un racconto di Lovecraft: capelli arruffati, viso stravolto, macchie di sangue sui vestiti. Lei non si impressionò, aveva visto di peggio, ma la cosa che davvero la spaventava erano i suoi occhi: due gelide sfere di piombo che luccicavano soddisfatte.
"C'è del caffè?", la sua prima domanda la irritò a tal punto che gli tirò la tazzina che andò a schiantarsi sul ritratto di Mao appeso alle sue spalle (già, quello l'aveva risparmiato).
Nanni si avvicinò al divano e si sedette, affatto irritato dal macello che giaceva ai suoi piedi, a tutti i suoi ricordi bruciati, strappati, distrutti.
"Spero che tu abbia avuto davvero qualcosa d'importante da fare" disse lei, giocherellando con un tubo estirpato dal lavandino della cucina.
"Sapessi, è stato meraviglioso! Erano anni che non provavo un'emozione così forte" rispose Nanni eccitato.
"Ti ringrazio per la considerazione. Racconta prima che cominci a scorrere sangue, il tuo sangue" lo incalzò lei.
"L'abbiamo fatto. Abbiamo consumato finalmente la vendetta, dopo tanto soffrire le nostre menti sono state liberate dalle ossessioni maturate nei mesi bui trascorsi alla mercé dell'Associazione". Le sfere di piombo che Nanni aveva al posto degli occhi ora si erano accese come due fanali.
Dunque era così, cinque belve, furie scatenate dall'odio più cieco, dagli istinti più primitivi avevano cancellato dalla faccia della terra un mostro insospettabile, una piramide d'ingiustizia con a capo un faraone spietato. La falce della loro vendetta si era abbattuta senza risparmiare nessuno.
"Tutti coloro che sapevano sono morti." Nanni aveva ora un tono strano.
Ingenua lei rispose "Ma non è vero, ci sono ancora io!"
Nanni ora era tranquillo, aveva ripreso a lavorare e a passeggiare la domenica con il fido Marx. Certo qualcosa lo infastidiva da quando non c'era più lei, trovava infatti insopportabile la scelta dei suoi genitori di seppellirla in un posto così lontano: la fossa comune dove aveva generosamente seppellito insieme i suoi amici era decisamente più comoda da raggiungere.
la carbonara senza i grassi,
lo sport senza la fatica,
il lavoro senza lo stress,
l'amore senza le complicazioni.
voglio la medaglia senza il rovescio.
e una vita senza paure.
la mia spranga è una lingua tagliente.
la mia pistola, la tastiera su cui batto con forza per dire: non nel mio nome.
non nel mio nome sparate per le strade come al tiro a segno al lunapark.
non nel mio nome vi azzuffate come cani in calore.
non nel mio nome devastate la proprietà altrui certi dell'impunità.
non nel mio nome trasmettete presunte notizie e informazioni senza averne accertato la veridicità.
non nel mio nome strumentalizzate morti e feriti per fini politici.
non nel mio nome agite senza pensare con il vostro cervello, per quanto piccolo possa essere.
non nel mio nome ogni giorno che Dio manda in terra, in questo paese, in questo mondo, la stupidità e la violenza danzano avvinghiate sui resti del senso civico, del viver comune e della democrazia.