Sono un lampione.
E vivo qui, al 4° Km di questa provinciale.
Illumino la strada di notte.
Di giorno me ne sto spento.
Un po' dormo e un po' osservo.
Siamo in tanti su questa strada,
ma è come se ognuno fosse solo.
Perfettamente equidistanti,
senza poterci mai toccare,
senza mai poter alzare il capo,
perennemente curvo sulla strada.
Ogni tanto a qualcuno si spegne l'occhio,
e allora sta lì, silente,
fino a che non vengono a curarlo.
Arriva un uomo,
a volte dopo pochi giorni, a volte dopo settimane
e cambia la lampada.
Poi se ne va.
E noi torniamo ai nostri affari.
Tutti dritti e perfettamente equidistanti
ad illuminare una strada
che non sapremo mai dove conduce.
Sono un mattone.
E vivo qui, stretto stretto con i miei simili.
Tutti insieme teniamo in piedi il palazzo.
Sono stato creato per questo,
ma ogni tanto la cosa mi va stretta.
Ogni tanto scricchiolo.
Anche se è molto peggio
quando sento scricchiolare gli altri.
Ho sentito di palazzi crollati d'un botto,
dopo decenni di onorato servizio.
E mattoni lordarsi del sangue di vittime innocenti.
Bambini perfino.
Non voglio fare quella fine,
sarà meglio tenere duro anche oggi.
Sperando che tutti gli altri facciano lo stesso.
Sono una felce e vivo qui,
attaccata a questo ponte della ferrovia,
tra Monza e Milano.
Un brutto posto.
Trascurato, sporco,
non c'è nemmeno una bella vista.
Ma le mie radici sono qui,
e qui mi tocca rimanere.
D'estate a bruciare, d'inverno a gelare.
Anche se non ci sono più le stagioni di una volta.
Almeno così mi dicono le acacie qui vicino,
che ne hanno viste molte più di me.
Io non durerò molto,
non diventerò mai un albero secolare,
anche se ogni tanto mi fermo a fantasticare
sui miei antenati millenari,
che ne l fitto delle foreste
accarezzavano i fianchi dei dinosauri.
Ma non ci sono dinosauri per me,
ne' appartamenti eleganti da ornare.
Ne' giardini da riempire.
C'è solo il ponte della ferrovia,
e i treni che passano carichi di occhi.
Ma nessuno fa caso al mio ondeggiare.
E' andata così.
E poi tutto sommato questo ponte non è così male.